[Articolo] Crescere in un monastero medievale | World of Interests

Bentornato sul blog! Sì, proprio tu che stai leggendo. Lo so, non scrivo da una vita… e non so quanto spesso riuscirò a farlo. Il Covid-19 mi ha sconvolto i piani e spesso mi manca la sanità mentale necessaria a comunicare con il resto del mondo.

In tutto questo pandemonio sto cercando, in qualche modo, di scrivere una tesi di laurea magistrale decente. Giusto per non farmi mancare nulla… Il lato positivo è che praticamente ogni giorno scopro cose nuove e interessanti. Oggi ho deciso di condividere una di queste chicche e spero ti possa piacere!

Non so perché la gente si avvicini allo studio della storia, ma credo che una delle domande più diffuse sia: chissà come vivevano, o come facevano questa cosa, nel (inserire il secolo verso cui fuggono le proprie fantasie)? O almeno, a me capita spesso.

In questo articolo voglio provare a descrivere com’era crescere nel monastero di San Faustino a Brescia nel IX secolo d.C. Ho scelto questo contesto, oltre che per patriottismo (Brescia leonessa d’Italia!), perché abbiamo una splendida fonte che riflette l’esperienza personale di un monaco che ci ha vissuto: il commento alla Regola di San Benedetto composto da Ildemaro di Corbie tra l’844 e l’850. Le informazioni provengono in gran parte dall’articolo “Ildemaro a Brescia e la pedagogia monastica nel commento alla regola” di Gabriele Archetti (contenuto nel volume “San Faustino Maggiore di Brescia il monastero della città”, ivi pubblicato nel 2006).

In grandi cenobi com’era al tempo San Faustino, circa un terzo degli abitanti erano bambini. Non te l’aspettavi, vero? Spesso si trattava di oblati, ossia di piccoli che i genitori “donavano” al monastero: entrati nella comunità solitamente dai sette-otto anni, non ne uscivano per tutta la vita. Questa pratica, ovviamente, oggi non è più in uso. A noi appare barbaro abbandonare un figlio così: tuttavia questa era spesso una grande opportunità, perché permetteva al fanciullo di avere vitto e alloggio assicurati, accedere all’istruzione e mantenersi al sicuro dai pericoli. Una minoranza dei bambini presenti erano invece soltanto ospitati, come in una specie di convitto, e sarebbero tornati dalle proprie famiglie dopo aver trascorso gli anni della formazione nel chiostro.

L’infanzia era considerata un periodo a sé della vita dell’individuo, particolarmente rilevante ma anche delicato. Per questa ragione i maestri (i cosiddetti magistri, in latino) si prendevano cura dei più piccoli sotto tutti gli aspetti, dall’igiene personale all’etichetta a tavola, 24/7. Se consideriamo che ogni 10 ragazzi c’erano di solito 3-4 maestri, ci rendiamo conto di quanto profondi e personali diventassero i rapporti. L’idea era quella di proteggere i bambini dagli errori e guidarli, evitando il più possibile le punizioni, soprattutto corporali. Le botte esistevano, certo, ma erano considerate come una sconfitta educativa. Importanti erano invece considerati gli elogi: i complimenti venivano fatti in pubblico (come ai pasti o durante il capitolo, la riunione di tutti i membri della comunità) perché i ragazzi fossero motivati a comportarsi bene.

Un certo spazio, sorprendentemente, era concesso anche al gioco; fino agli otto anni era considerato normale che i bambini si divertissero. Oggi ci fa sorridere pensare che i chiostri austeri, che nel nostro immaginario risuonano solo di canti gregoriani, erano in realtà animati da schiamazzi infantili. Anche riguardo il cibo le regole si fanno meno stringenti (permettendo, ad esempio, uno spuntino dopo le corse pomeridiane!).

Anche i bambini partecipavano alle preghiere comunitarie. La prima delle sette tappe dell’ufficio liturgico era il Mattutino, che si recitava durante la notte. I piccoli si dovevano svegliare, vestire e raggiungevano la chiesa tutti insieme; così imparavano a pregare insieme agli adulti. La giornata era scandita da quei momenti di preghiera: la prima era alle 6 del mattino, seguita dalla terza alle 10 e dalla sesta alle 12. Appena dopo si mangiava ed era previsto un po’ di riposo. L’ufficio riprendeva nel pomeriggio: la nona era recitata alle 15, i vespri al tramonto e la compieta dopo cena, prima di andare a dormire. Durante il giorno i ragazzini compivano anche piccoli servizi, come preparare o spreparare la tavola (esattamente come si richiede oggi!). In questo modo anche loro applicavano il motto “Ora et labora“.

La loro attività principale in questi anni era lo studio. Esso non era considerato fine a se stesso: in una prospettiva di fede, lo scopo era la comprensione del testo biblico. In ogni caso, si partiva dalle basi. Per prima cosa veniva insegnato a riconoscere le lettere dell’alfabeto e a unirle in sillabe; poi si passava alla grammatica di base. Al contrario di come l’abbiamo imparata noi, questa disciplina era soprattutto orale: si abituavano i ragazzi a ripetere le parole nuove, a coniugare correttamente i verbi… e, siccome si trattava del latino, anche a flettere i casi. Il libro di testo adottato in questa fase era chiamato “(P)salterium”.

Successivamente venivano affrontati alcuni autori latini. Eh sì, nonostante i problemi derivanti dalla diversa impostazione morale, anche i monaci riconoscevano il pregio stilistico dei classici! Per non turbare i futuri novizi si pensarono vari stratagemmi, come riassumere, tagliare le parti “scomode” o ancora interpretarle in modo allegorico (mi dispiace deludervi, ma Dante non ha l’esclusiva). Anche gli autori cristiani, ovviamente, erano parte del programma: Agostino, Ambrogio, Beda (non il Bardo, ovviamente)…

A seconda del livello del monastero, essi proseguivano spesso con le sette arti liberali, divise in trivio (grammatica, retorica, dialettica) e quadrivio (aritmetica, geometria, musica e astronomia). Queste materie, nel mondo laico, erano un po’ l’equivalente del nostro liceo e preparavano i ragazzi alle università. I più promettenti o quelli che volevano diventare sacerdoti potevano poi proseguire con lo studio della teologia. Come puoi vedere, la loro istruzione era variegata; tuttavia era solo teorica! Tutte queste materie erano completamente prive di riscontro pratico: problemi quotidiani ed esperimenti rientravano in un altro tipo di formazione e non erano integrati con il lavoro compiuto sui banchi.

Spesso, mentre gli adulti potevano leggere un po’ dove gli pareva, era invece predisposto per i ragazzi un luogo apposito (vi immaginate quanti avrebbero perso le tavolette di cera, se lasciati liberi di esercitarsi nella scrittura sul prato?). Spesso veniva chiamato schola ed era un po’ l’equivalente delle nostre aule scolastiche.

Questa fase della loro vita finiva a 15 anni: a quel punto erano infatti considerati maggiorenni. Essi trascorrevano quindi un anno simile al noviziato ed entravano poi definitivamente nella comunità monastica, con tutti gli obblighi che ne derivavano. In un certo senso, diventavano adulti quando noi diventiamo adolescenti!

Published by elisascartapacchio94

Curiosity is one of my main characteristic. I always try to discover new things, usually through books. This is why i studied "Cultural Heritage" at the public University of Milan and now "History" at the public University of Turin

13 thoughts on “[Articolo] Crescere in un monastero medievale | World of Interests

  1. Questi racconti hanno davvero un’aria magica, anche se semplicemente racconta un pezzo di storia di vita vissuta. Mi hai fatto volare con l’immaginazione!

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  2. Grazie per questo viaggio nel passato che ci offre uno spaccato di vita quotidiano di un epoca ora mai lontana, facendoci viaggiare con l’immaginazione.

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  3. Complimenti per l’articolo, molto interessante scoprire queste piccole e preziose realtà dischiuse tra i petali del tempo, che ci fa in parte percepire una realtà molto diversa, lontana da noi ma piena di bellezza.

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    1. Grazie per essere passata! Io e le persone con cui collaboro siamo iscritte a Scienze Storiche, corso magistrale di Storia, quindi offrirvi nuovi spunti e nuove curiosità è un piacere!

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  4. Non sei l’unica che pensa che sta diventando “folle” con il Covid. Più di una volta mi sono rifugiata in luoghi sperduti per scrivere e per riprendermi un pò da ciò che stava accadendo. L’epilogo del mio libro è stato scritto lungo un fiume in totale solitudine!! Comunque l’esperienza del Monastero è una di quelle a cui penso da tanto tempo. In questo momento preferirei una discoteca super affollata ma il “sapore” unico di un luogo come questo ha un fascino a cui non so resistere.

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    1. La situazione Covid ci sta debilitando un po’ tutti, ne usciremo bisognosi di lunghe chiacchierate da psicanalisti vari. La vita nel monastero era sotto certi aspetti dura e faticosa, bisognava essere molto “votati” e “adatti”, ma doveva essere sicuramente una “esperienza” interessante sotto diversi punti di vista. Grazie per essere passata.

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  5. Grazie per questo bellissimo e molto suggestivo viaggio nel passato, entrare nel quotidiano della vita di un monastero medioevale é stato molto interessante.

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  6. Leggendo il tuo articolo mi é tornato alla mente un libro che lessi parecchi anni addietro: Il Novizio del Diavolo di Ellis Peters che e differenza di quanto il titolo lasci supporre non é horror ma ben si un thriller storico, che parla di un ragazzino portato in abbazia a prendere i voti dalla famiglia. Viene descritta con dovizia di particolari l’educazione e lo stile di vita che questi bambini conducono (ovviamente l’atmosfera diventa cupa con il delitto e l’investigazione). Pertanto il tuo racconto non può che essermi piaciuto

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    1. Probabilmente il ragazzino in questione era un “oblato”, quindi un “donato” in cambio di un miracolo (magari la guarigione dello stesso ragazzino o di un membro della famiglia). Era una pratica comune durante l’Alto Medioevo, un po’ meno a partire dall’XI-XII secolo.

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  7. Interessante, davvero.
    Però, devo dirlo, scusate: spero che tutti questi bambini, poi ragazzi, non abbiano subito angherie, manipolazioni e violenze di nessun tipo da parte di un mondo adulto a sé stante e lontano dalla società. E poi spero che nessuno sia stato costretto alla vita monacale o clericale.
    Mi auguro cioè che un ambito non genitoriale non abbia fatto danni, anzi.

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