Le popolazioni nomadi e quello che (forse) non sapevate sui “barbari” | World of Interests

Probabilmente se stai leggendo questo articolo è perché hai subito, almeno in parte, il fascino dei “barbari”. Che si tratti di Conan il Barbaro o di Attila l’Unno “flagello di Dio”, probabilmente pensi ad un uomo vigoroso, con lunghi capelli e abilità sociali prossime allo zero. Lungi da me distoglierti da tale beata visione; o forse no.

Giusto per farvi un’idea dell’intricatissima situazione a cavallo dei secoli IV e V d.C.

Forse ci sono altri motivi, più profondi (oltre a Gerard Butler nella miniserie del 2001 in copertina: questo è un motivo assolutamente valido), per cui vale la pena di conoscere meglio la messe di popolazioni germaniche e nomadi che dal IV al X secolo hanno bussato alle porte dell’Europa e dell’Italia.
Facciamo una scommessa: adesso andremo a vedere più da vicino alcuni dei luoghi comuni sui “barbari” e, se dopo la lettura ne vorrai sapere ancora, potrai scriverlo nei commenti. Se invece la tua fascinazione sarà sparita, potrai sempre tornare all’immagine del buon selvaggio con cui ti trastullavi prima (o che desideravi imitare):

1) i “barbari” hanno i capelli lunghi: è vero, molte popolazioni nomadi portavano i capelli lunghi. Lo hanno scritto praticamente tutti i Greci o Romani che li hanno visti, da Teofane a Giovanni da Efeso, da Menandro a Corippo; se non bastasse, abbiamo anche numerosi ritrovamenti di spilloni, che anche gli uomini usavano per raccogliere i capelli (quelle specie di chignon strani che facciamo con i chopstick intonsi del giapponese o con una matita al liceo…ecco, così). A tal proposito, interessante è anche l’episodio, riportato da Paolo Diacono in “Storia dei Longobardi” I, 8, secondo cui il nome venne loro dato da Wotan (e non dipendeva realmente dalla lunghezza della barba, come sostenevano i contemporanei). I vichinghi, invece, NON andavano in giro con elmi cornuti e lunghi capelli; usavano anzi rasarsi ampie porzioni del capo ed intrecciare i capelli rimasti, per evitare la proliferazione dei pidocchi durante i lunghi viaggi in mare (mica scemi). Almeno a questo proposito, la serie TV “Vikings” rende bene l’idea;

2) i “barbari” sono tutti uguali: falso. La categoria dei “barbari” è un’etichetta creata dall’esterno. In particolare, il termine viene dal greco antico ed indica chi balbetta, cioè non parla correttamente tale lingua (ma che te lo dico a fare? Ormai questa storia la sanno pure le pietre). Quello che forse non sai è l’evoluzione del termine: all’inizio, per i Greci, i barbari per eccellenza erano i Persiani. Questi erano tutt’altro che trogloditi al limite della lallazione: avevano un impero enorme, una scrittura con letteratura propria, abilità tecniche sviluppate (pensiamo ai giardini). Per tornare ai barbari invasori, possiamo nominarne tantissimi: Vandali, Angli, Sassoni, Franchi (eh sì, anche gli antenati di Carlo Magno hanno iniziato così), Norreni, Goti (o Geti), Rugi, Eruli, Sciti, Longobardi, Sarmati, Ungari, Alani, Avari, Unni…;

3) gli Unni sono quelli di Attila: ebbene sì, il 90% di noi conosce almeno un Unno famoso. E a ragione: ha praticamente posto in stallo l’imbattibile Impero Romano per un paio di decenni (fino alla morte ingloriosa, nel 453). Attila stesso discende, però, da un’importante famiglia giunta all’egemonia del gruppo nomade tre generazioni prima con la figura di Uldino. Adesso ti aspetti che, dal nonno, ti sciorini una successione di primogeniti maschi: non sarà così. Gli Unni, infatti, procedevano per tanistry parallela, dividendo il territorio tra i figli maschi disponibili (come facevano pure i Franchi merovingi). La differenza è che i Franchi a un certo punto si sono resi conto che questo portava i fratelli ad ammazzarsi tra loro (o almeno a provarci) e hanno quindi inventato il maggiorascato; gli Unni si sono sfaldati prima di arrivarci;

4) erano analfabeti/non scrivevano: per alcuni popoli è vero. Gli Unni, ad esempio, non scrissero mai e quindi non abbiamo nemmeno idea del loro ceppo linguistico (figurarsi dei suoni pronunciati). I Goti, invece, scrivevano a partire dalla traduzione della Bibbia dal greco al goto, approntata dal famoso Wulfila a metà IV secolo: egli approntò persino un alfabeto fonetico nuovo per l’occasione. Era appunto questa lingua a fornire la base dell’amministrazione unna ai tempi di Attila, un secolo dopo;

5) erano rozzi/non avevano una cultura: spesso tendiamo a identificare la scrittura con l’elaborazione culturale. Non è così, o almeno non se vogliamo andare oltre il paradigma etnocentrico post-colonialista: altri popoli possono esprimere diversamente ciò che, secondo loro, è definitorio della loro identità, come tradizioni, riti, storia… Purtroppo però l’oralità non è giunta fino a noi. Quindi che si fa, ci arrendiamo a non sapere mai un gran che di questi popoli? Niente affatto. In epoca più tarda, alcuni di loro scrissero effettivamente la propria storia in latino (es. “Getica” di Iordanes, “Historia Langobardorum” di Paolo Diacono, “Historia Francorum” di Gregorio di Tours). Per gli altri possiamo affidarci a discipline scientifiche specifiche, come l’antropologia storica e l’archeologia: queste ci hanno permesso di vedere, se non l’elaborazione stessa, almeno i risultati stilistici ed estetici di molte culture. É possibile addirittura ricostruire tendenze e periodizzazioni (Avari, Ungari). E infine ci rimangono le fonti imperiali (che si spera siano più affidabili delle dicerie odierne, ché altrimenti siamo fritti);

6) trattavano male le loro donne: questo è un argomento più complesso. A questo punto qualcuno salta solitamente in piedi, dicendo: «Invece no! Non c’è alcun dubbio!» e cita il famosissimo Editto di Rotari (643). Ebbene sì, nel primo codice legislativo longobardo la donna ha importanti limitazioni: non può essere libera (deve dipendere da un uomo, padre o marito), vale meno di un uomo (basandoci sui risarcimenti dovuti in caso di “danneggiamenti” di varia natura), la sua testimonianza non ha lo stesso valore giuridico. Da questo punto di partenza possiamo prendere due direzioni: il confronto con il mondo romano (e credetemi, le donne a Roma o ad Atene non è che se la passassero tanto meglio) o con altri popoli barbarici. Tra i Sarmati e tra gli Unni pare invece che la posizione femminile potesse essere alta: sono state infatti ritrovate delle tombe in cui corpi femminili erano associati a armi e simboli di potere. Per i Sarmati abbiamo la “principessa di Khokhlatch” e la sepoltura di Kobyakovo (un sito con un nome abbastanza facile da pronunciare da riciclarlo alla prossima conversazione sulle Amazzoni non te lo dico, gne gne gne), per gli Unni esempi sono a Untersiebenbrunn, Abrau, Sopron e Schiltern (questa pure con la deformazione cranica…se non hai un intestino facilmente traumatizzabile, googla e guardati un po’ di immagini). Per i vichinghi, il caso più famoso è probabilmente quello del cosiddetto “guerriero di Birka”, a lungo ritenuto maschile per la presenza di armi e il cui sesso è stato confermato dall’analisi del DNA. Questi ritrovamenti gettano una nuova luce sulla lunga serie di leggende di donne guerriere riguardo questi popoli (che forse non erano tutte barzellette inventate per rabbonire le streghe). Sono inoltre abbastanza diffusi anche ritrovamenti meno eclatanti di oggetti-simbolo di potere (bacili in bronzo, selle curuli, monili d’oro…) in tombe di Avari, Longobardi e altri;

Ricostruzione della tomba (Università di Stoccolma) con:
vari tipi di armi, scudi e ben due cavalli, sacrificati per lei alla sua morte

7) se ne andavano sempre in giro: tutti voi avete in mente l’immagine del vichingo (parola quanto mai inappropriata per indicare l’intera popolazione, ma sorvoliamo) sulla nave, dell’Unno che vive e muore sul proprio cavallo (grazie Ammiano Marcellino per aver traumatizzato generazioni di studenti narrando che ci facessero pure pipì e popò), e invece… tac. Questa è in gran parte vera (non te l’aspettavi, ah? Beh, qualcosa la cultura di massa deve pur averla azzeccata). La maggioranza delle popolazioni “barbariche” era nomade o semi-nomade, cioè non aveva una dimora fissa e si spostava più volte, nel corso dell’anno, all’interno delle steppe asiatiche. Tuttavia questo aspetto va però ridimensionato. Le numerose e spesso indistinte genti che vivevano tra monti Altaj e mar Caspio, tra Manciuria e Kazakistan, non erano quasi mai nomadi nel senso che noi attribuiamo al termine: in molti gruppi solo parte della popolazione si spostava, durante una determinata stagione, per trovare pascoli migliori (il principio è praticamente lo stesso della transumanza; non per questo riteniamo i Sardi una popolazione nomade). Anche quelli totalmente privi di dimora, che vivevano su carri e tende facilmente smontabili, si spostavano al massimo per 1000 km alla volta e spesso passavano in rassegna un certo pool di aree note (e su cui detenevano delle forme di diritto di pascolo).  Per quanto riguarda i vichingi, invece, ti ho fatto un trabocchetto (pardon): con la parola “vichingo” si indica normalmente non il popolo tutto, ma un gruppo sociale definito, il cui compito era principalmente la scoperta e il saccheggio (o perché no, i commerci a lunga distanza) di nuove terre (dalla Groenlandia alla Russia, per darti un’idea; e poi si dice che nel Medioevo non viaggiava nessuno). Questi effettivamente passavano buona parte della stagione propizia in mare; la maggioranza della popolazione, però, rimaneva sulla terraferma in Scandinavia (in particolare Svezia e Danimarca) ad aspettare gli altri;

8) hanno invaso l’Italia: in Germania, chi studia questa fase storica parla di Völkerwanderung, cioè di “migrazioni di popoli”. Le varie ondate di popolazioni germaniche (semi-nomadi) e nomadi che hanno raggiunto e superato i confini dell’Impero Romano (dai Goti nel 376 in avanti) non avevano il concetto di proprietà della terra per noi tanto scontato (e forse questo li faceva apparire tanto diversi); erano abituati semplicemente a muoversi alla ricerca di migliori condizioni di vita, caricando le proprie quattro cose su un carro (ok, forse non proprio così in fretta, ma per intenderci…). Sono arrivati da noi per due motivi (lo stesso per cui ogni giorno centinaia di persone rischiano la vita sui barconi): l’Impero era più ricco, tanto da sembrare un paese dei balocchi, e stavano scappando da popolazioni ancora più agguerrite che li scalzavano dai territori tradizionali (gli Unni di cui sopra, essenzialmente: ma, credeteci o no, pure quelli scappavano da qualcuno). Ciò non toglie lo shock provato dai cittadini di Roma vedendosi arrivare schiere di Goti, o il numero altissimo di proprietari terrieri uccisi dai Longobardi: prova tu a startene seduto sul portico della villa di campagna a leggere Cicerone, guardare i tuoi schiavi lavorare ed accorgerti che i biondoni in arrivo non hanno alcuna voglia di starti a sentire;

9) non conoscevano i Romani prima di incapparci a casa: ma per favore. Tu inizieresti mai un percorso di migliaia di chilometri senza sapere dove ti stai andando a ficcare? In alcune zone, per motivi geografici, avvenivano i primi contatti, come il Ponto Eusino (Mar Nero), il Tibisco e il Danubio (sì, so che aspettavi questo e il Reno come distinzioni di frontiera; ma ricorda che ogni confine implica degli scambi con chi sta dall’altra parte). Non tutte le popolazioni, però, erano “romanizzate” (cioè non solo conoscevano così, di sfuggita, ma avevano almeno in parte adottato i costumi romani) allo stesso livello; alcune popolazioni germaniche erano già romanizzate nel II sec, mentre gli Unni non lo furono mai (e gli Avari arrivarono ben dopo il cosiddetto crollo dell’Impero Romano d’Occidente). I Goti già nel IV secolo facevano parte dell’esercito romano come foederati (alleati), mercenari o nella speranza di ricevere in cambio la cittadinanza (Impero romano= USA?). Importanti generali romani, che si sono sempre ritenuti tali e fedeli, come Stilicone o Ennio, erano inoltre figli di barbari immigrati più o meno legalmente: ciò significa che tali persone avevano possibilità di ascesa e carriera almeno militare (e forse pure che i romani erano meno razzisti allora di oggi). La situazione era quindi probabilmente molto più sfaccettata di quanto non ci sia facile credere, anche dal punto di vista della cosiddetta identità etnica;

10) volevo arrivare a 10 ma sono un po’ a corto di spunti. Quindi, dato che sono partita con un’idea semplice e ho scritto un articolo lunghissimo, mi spengo.

Sperando di non averti annoiato, ti invito a tornare ancora a dare un’occhiata sul blog; se questo articolo ti è piaciuto, potresti trovarne molti altri altrettanto interessanti. Se vuoi un articolo dedicato a un punto del decalogo di nove punti, o se secondo te ho tralasciato uno stereotipo famoso, mi raccomando, scrivilo nei commenti!

Published by elisascartapacchio94

Curiosity is one of my main characteristic. I always try to discover new things, usually through books. This is why i studied "Cultural Heritage" at the public University of Milan and now "History" at the public University of Turin

9 thoughts on “Le popolazioni nomadi e quello che (forse) non sapevate sui “barbari” | World of Interests

  1. Articolo molto interessante che da una panoramica sui popoli barbari (ci vorrebbe un’inciclopedia per ogni etnia per analizzare l’intero fenomeno). In effetti per molto tempo il termine barbaro era equiparato a incivile, sebbene molto spesso avessero semplicemente una cultura diversa (d’altronde per tirare giù l’Impero Romano proprio stupidi non dovevano essere). Non sapevo che i Vichinghi fossero degli esploratori, me li sono sempre immaginati come un popolo (in effetti solo adesso ho realizzato che un intero popolo su una barca non ci stava e ora mi sto ponendo domande serie sul mio QI). Bell’articolo

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    1. Magari chiederemo alla nostra redattrice di approfondire l’argomento in una rubrica apposita! Grazie per il feedback e scusami per la tardiva risposta, il server non mi ha aggiornata del tuo commento se no avrei risposto in maniera più tempestiva!

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  2. Il tuo è davvero un blog pieno di cultura, argomenti interessanti, articoli scritti bene, non solo potrebbero essere utili anche agli studenti, che in questi giorni, sono costretti a casa, ma finalmente qualcuno che sa come scrivere determinate cose, senza annoiare con il giusto piglio e un tocco di ironia, si purtroppo la cultura di massa insegna che il diverso è ignorante e bifolco, ma sappiamo tutti come è andata a finire con i Longobardi vero? Il diverso fa sempre paura meglio rimanere ignoranti per comodità come fa lastragrande maggioranza delle persone, se imparassimo davvero dalla storia forse oggi saremo davvero migliori

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    1. Ciao, grazie per essere passata! E grazie per le belle parole, che apprezziamo molto! Tutto il nostro staff sta studiando per conseguire la laurea in Scienze Storiche: due in Storia Medievale (io e la ragazza che ha scritto questo articolo) e l’altro administrator in Storia Antica, quindi per noi è un onore vedere che i nostri sforzi sono apprezzati!!

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  3. La storia dei barbari e degli Unni mi segue sin da bambina. Ho visto film di ogni genere e che dire ne sono affascinata. Ho letto nel tuo articolo tantissime cose interessanti e tutt’altro che banali. Ti seguo ormai da un pò ma apprezzo sempre di più I tuoi articoli!

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  4. Un popolo affascinante, ricco di cultura e mistero, il tuo blog è una continua scoperta, articoli bellissimi che parlano di storia, archeologia molto colto, originale che dire complimenti.

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  5. Complimenti come sempre per i tuoi articoli molto interessanti ed educativi. Credo che siano davvero utili come informazioni aggiuntive ma anche come notizie per chi studia e vuole approfondire meglio l’argomento

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  6. E’ vero che molto spesso la figura dei “barbari” viene associata al uomo muscoloso e dai lunghi capelli come ben ci ricorda Gerald Butler nel film “Attila”…però leggendo il tuo articolo si scopre che ci sono state anche donne guerriere in questa fantastica civiltà. E’ sempre bello leggere i tuoi post, in quanto ogni volta scopro cose interessanti.

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  7. E’ chiaro che c’è sempre da imparare anche per uscire dagli schemi di ciò che si crede di sapere. Poi vabbè a livello storico non è il mio periodo preferito hihihi

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